Quando diciamo di “capire una persona”, immaginiamo spesso un'unica capacità: comprendere ciò che l'altro sta vivendo. La ricerca sulla cognizione sociale suggerisce invece che comprendere gli altri è un processo più articolato.
Tra le capacità coinvolte c'è la Teoria della Mente (Theory of Mind, ToM): la capacità di attribuire stati mentali a sé e agli altri. E non tutti gli stati mentali sono dello stesso tipo.
Capire un'intenzione non è la stessa cosa che capire un'emozione
La letteratura distingue, tra le altre componenti, una dimensione cognitiva della ToM, legata alla comprensione delle intenzioni, e una dimensione affettiva, legata alla comprensione degli stati emotivi.
Questa distinzione è importante perché possiamo riuscire a capire che cosa una persona sta cercando di fare senza necessariamente comprendere come si sente. E, al contrario, possiamo riconoscere un'emozione senza ricostruire correttamente l'intenzione che l'ha generata.
Dodich e colleghi hanno sviluppato e standardizzato in Italia lo Story-Based Empathy Task (SET), un compito non verbale pensato per valutare contemporaneamente questi due aspetti. Il test utilizza brevi storie rappresentate attraverso vignette e comprende tre condizioni:
- Intention Attribution (SET-IA): attribuire correttamente l'intenzione di un'altra persona;
- Emotion Attribution (SET-EA): riconoscere lo stato emotivo dell'altra persona;
- Causal Inference (SET-CI): comprendere una relazione causale di tipo fisico (condizione di controllo).
Il compito comprende 18 stimoli e si somministra in circa 15–20 minuti. L'obiettivo non è misurare genericamente “quanto una persona è empatica”, ma osservare componenti specifiche della capacità di comprendere gli altri.
Che cosa hanno trovato i ricercatori?
La standardizzazione italiana è stata condotta su 136 adulti sani, con età compresa tra 20 e 79 anni. I risultati hanno mostrato che età e livello di istruzione erano predittori delle prestazioni nel test: le persone più giovani e quelle con maggiore istruzione tendevano a ottenere punteggi più elevati. Non è invece emerso un effetto del genere sulle prestazioni.
Questo risultato è coerente con l'idea che alcune capacità coinvolte nella mentalizzazione possano essere influenzate da fattori cognitivi e demografici e che la valutazione debba quindi tenerne conto.
Perché è interessante anche al di fuori della neuropsicologia?
Il SET è stato sviluppato soprattutto in relazione alla valutazione della cognizione sociale in condizioni neurologiche caratterizzate da alterazioni socio-emotive. Ma il concetto che mette in evidenza è più generale: comprendere l'altro non è una singola operazione mentale.
Quando ascoltiamo qualcuno, possiamo essere chiamati contemporaneamente a:
- ricostruire che cosa intende;
- riconoscere che cosa sta provando;
- distinguere la sua esperienza dalla nostra;
- integrare queste informazioni per interpretare la situazione.
E allora che cosa significa essere “bravi a capire gli altri”?
Non necessariamente significa avere una generica capacità empatica elevata. Significa possedere e utilizzare diverse abilità di cognizione sociale, che possono essere osservate separatamente.
È una distinzione importante anche nella formazione: se l'empatia viene considerata una competenza, diventa interessante chiedersi quale componente stiamo effettivamente allenando. Stiamo imparando ad ascoltare? A riconoscere le emozioni? Ad assumere il punto di vista dell'altro? A distinguere ciò che prova l'altro da ciò che proviamo noi? Sono abilità vicine, ma non identiche.
La ricerca, quindi, ci invita a essere più precisi. Dire “questa persona è empatica” può essere troppo generico. Una domanda scientificamente più interessante è: quale aspetto della comprensione dell'altro sta funzionando e quale può essere allenato?

